Ripensare il socialismo. Riflessioni a partire da un testo di Andrea Zhok

Quello di Andrea Zhok è, come egli stesso scrive, non più di un esercizio di pensiero, il provare a pensare a cosa possa significare oggi socialismo, “un punto di partenza, da lasciarsi successivamente alle spalle”. E non può essere altrimenti, “ripensare il socialismo” sarà un lavoro che impegnerà anni e decenni di lavoro intellettuale collettivo, ma bisogna appunto iniziare. Zhok proviene dalla sinistra, ma è tra coloro, in numero crescente, che si sono resi conto che essa è giunta al capolinea, tutte le sue principali organizzazioni versano in uno stato di irreversibile corruzione che le rende “irriformabili”, come già aveva visto da tempo Costanzo Preve. Non credo sia estranea a questo tentativo di Zhok l’esigenza posta da Carlo Formenti di un “nuovo inizio” nel suo ultimo libro Il socialismo è morto, viva il socialismo. Insomma morta una forma di socialismo se ne fa o se ne dovrebbe fare un’altra, sulla base di queste sollecitazioni Zhok ha provato ad immaginare concretamente come possa dirsi un nuovo socialismo. Su questa scia, voglio intraprendere anch’io una cavalcata solitaria esplorativa nel territorio ancora sconosciuto di questo nuovo e ipotetico socialismo, nella speranza di scoprire un terreno politico che un domani potrà essere abitato politicamente.

Un’effettiva ricostruzione del pensiero socialista potrà farsi soltanto in correlazione ad effettivi movimenti sociali che di esso abbiano bisogno per orientare la prassi, per cui quanto segue non può che essere un esercizio di pensiero, tuttavia non credo sia inutile come esercizio, è un punto di partenza, è un iniziare a pensare, un provare ad immaginare. Sebbene nessuno è in grado di prevedere il futuro, sono fiducioso che nel futuro rinasceranno dei nuovi movimenti sociali, lo sono perché questi movimenti sono necessari dopo decenni di “lotta di classe dall’alto” (Luciano Gallino), cioè dopo un’offensiva delle classi dominanti (definita neo-liberalismo) che ha devastato condizioni di vita e diritti conquistati nel dopoguerra, soprattutto a partire dagli anni ’90, e più precisamente dal “crollo dell’Unione Sovietica”, la cui stessa esistenza induceva la classi dominanti occidentali ad essere più caute nei confronti dei propri dominati.

Tali movimenti dovrebbero derivare dalla consapevolezza diffusa che nessuno al di fuori di te stesso si farà carico di lottare per migliore la tua condizione e per farlo ti conviene organizzarti con chi è nella tua stessa condizione. Soltanto “movimento di base” del genere creerà lo spazio effettivo per cui specifiche organizzazioni politiche, dotate di opportuna elaborazione teorica che necessita degli strumenti adeguati, potranno sviluppare e portare avanti una propria proposta politica per affrontare i conflitti sociali. L’alternativa ad una rinascita delle lotte sociali è una società desertificata, spenta, che prima o poi crolla e diventa preda di società più vitali. Questo è il rischio che si corre quande le classi dominanti “vincono troppo”, esse finiscono per desertificare la società in cui pur sempre vivono. L’ammonimento di Machiavelli alle classi dominanti risulta ancora attualissimo cinque secoli dopo: “Per tanto, se tu vuoi fare uno popolo numeroso ed armato per poter fare un grande imperio, lo fai di qualità che tu non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantieni o piccolo o disarmato per poter maneggiarlo, se tu acquisti dominio, non lo puoi tenere, o ei diventa sì vile che tu sei preda di qualunque ti assalta.” Al di là dell’aspetto militare, diventato oggi molto più complesso con il complessificarsi e diversificarsi del modo in cui si svolgono i conflitti, resta valido il concetto di base secondo cui la forza di una società si basa sul “materiale umano”, scusate la brutale espressione, da cui è composta. Classi dominanti che nella smania di dominio e controllo devastano tale “materiale umano”, e oggi i mezzi per la sua manipolazione sono tanti, segano il ramo su cui sono sedute.

Gramsci volle fare del Principe una metafora del Partito, ma il pensiero di Machiavelli andrebbe recuperato in senso molto ampio più da un “nuovo socialismo”, innanzitutto perché Machiavelli è stato il primo nella storia del pensiero politico ad attribuire un valore positivo al conflitto sociale. Quanti rivendicano la legittimità del conflitto sociale lo fanno, inconsapevolmente, in nome del repubblicanesimo machiavelliano, che è stata une delle grandi correnti che attraverso tutto il pensiero politico europeo e occidentale, dall’Inghilterra, alla Francia agli Stati Uniti (vedi in merito il mio Il paradigma machiavelliano)

Discutere di socialismo con lo spirito di un nuovo inizio è lo spirito giusto, spero che possa essere fatto al di là del singolo scritto o anche singolo convegno e in modo protratto nel tempo, penso ad una forma di lavoro collettivo intellettuale organizzato. Parlare di socialismo oggi è una scommessa, ma fino ad ieri non sembrava neanche immaginabile, sembrava un’idea ormai sepolta, ma riacquisterà davvero senso, ripeto, soltanto se rinasceranno dei movimenti collettivi, i quali però non sono puramente immaginari, ad es. i gilet gialli francesi per la loro persistenza, radicamento e radicalità potrebbero esserne un’anticipazione.

Man mano si finirà per constatare, dopo la grande illusione individualista degli ultimi decenni, che la via d’uscita individuale non esiste, soltanto riscoprendo i valori dell’amicizia e della solidarietà, ed il senso di appartenenza al proprio gruppo sociale e al proprio stato, si potranno affrontare i problemi sia di ordine pratico che di ordine psicologico, mentre invece l’individualismo dominante mette l’essere umano, quale “essere sociale” , in una situazione insostenibile tanto sul piano pratico che psicologico.

“Tutti lottano per mantenere la propria individualità il più possibile separata e desiderano assicurare la massima pienezza alla propria vita; tutti i loro sforzi invece non riescono a raggiungere la pienezza di vita ma l’autodistruzione, perché invece di giungere alla realizzazione di se stessi, finiscono con l’arrivare alla solitudine più completa. Dappertutto, ai nostri giorni, gli uomini hanno cessato, a ludibrio di se stessi, di comprendere che la vera sicurezza si trova nella solidarietà sociale piuttosto che nello sforzo individuale isolato.” (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov). Uno scrittore molto dostojevskiano come Houellebecq (come notavo in recensione a Sottomissione) ha saputo rappresentare nel suo ultimo romanzo Serotonina, con la tecnica del romanziere russo della “situazione estrema”, in modo davvero efficace l’individuo che incantato dal novero delle possibilità astratte finisce per distruggere ogni socialità reale, partire da una relazione sentimentale autentica del protagonista, concludendosi nell’angoscia estrema del vuoto totale di relazioni. Un romanzo che è davvero un’efficace rappresentazione della distruttività dell’individualismo.

Per questo l’unico punto che non condivido dello scritto di Zhok è la valutazione positiva della socialdemocrazia svedese. Qui lo Stato sembra in funzione della libertà dell’individuo di isolarsi, la libertà viene vista come il perseguire una propria strada che porta in una direzione opposta a quella degli altri, persino chi desidera un figlio non ha bisogno di cercarsi un compagno perché lo stato garantisce la possibilità della fecondazione anche alle donne singole. Il che invece a mio parere andrebbe vietato per rispetto del diritto del bambino ad avere una famiglia.

A quanto pare è un modello di vita esplicitamente teorizzato e perseguito, secondo il Manifesto del Partito Socialdemocratico svedese, (1972) “Ogni individuo dovrà essere considerato come autonomo, non come l’appendice di qualcun altro. È dunque necessario creare le condizioni economiche e sociali che ci renderanno finalmente individui indipendenti”.( Si tratta di spunti presi da internet che sarebbe interessante e utile verificare e approfondire da parte di chi non ha il “piccolo” ostacolo della non conoscenza dello svedese.) La Svezia ha creato una società di infelici che muoiono soli senza che nessuno sappia della loro morte (Vedi il filmato di Erik Svedini, La teoria svedese dell’amore). Si tratta di una strada egualmente fallimentare. La strada da percorrere è invece per me la strada che porta alla amicizia e alla solidarietà sociale. Credo che oggi il valore dell’amicizia sia il più rivoluzionario di tutti. D’altronde lo stesso Zhok rispetto alla libertà dell’individuo sia da preferire la libertà come partecipazione (secondo la classica distinzione di Benjamin Constant).

Ci sarebbe un enorme lavoro intellettuale da fare relativo al bilancio storico del precedente movimento socialista, che non è affatto fallimentare, basti pensare alle lotte di liberazione anti-coloniali e allo stato sociale del dopoguerra, tuttavia esso è incorso una serie di errori politici e teorici che hanno causato la chiusura di un ciclo di lotte. Inoltre, il socialismo, nella versione estrema del comunismo ha sfruttato delle motivazioni religiose di derivazione ebraico-cristiana (il nuovo paradiso in terra, l’analisi migliore a mio parere è quella di Karl Löwith, tra i tanti che hanno sottolineato questo rapporto con l’eredità religiosa ) che se all’inizio hanno spinto all’azione successivamente hanno provocato la disillusione. Se oggi non si “crede” nella lotta politica è anche perché in passato si è creduto in modo sbagliato in essa.

Potremmo iniziare col definire molto genericamente cosa intendiamo per socialismo. Con esso intendiamo tutte quelle misure atte a garantire una vita dignitosa, un ruolo sociale, la sanità, l’istruzione, gli strumenti per il tempo libero alle classi popolari. Un un tale approccio non è a priori rivoluzionario, ma non esclude una tale prassi qualora le classi dominanti di una determinata nazione fossero irrimediabilmente ostili nei confronti delle classi inferiori.

Conserviamo il nome socialismo innanzitutto per indicare una parentela con il vecchio movimento operaio anche se si tratta di un rapporto di discontinuità in quanto le organizzazioni sorte dal vecchio movimento operaio sono tutte in stato di avanzata decadenza e non è possibile collegarsi a nessuna di esse. Il nome socialismo indica una filiazione con il vecchio movimento, ma il suo nuovo contenuto è tutto da ricostruire.

Tanto sono convinto di conservare il nome socialismo, tanto sono restio a conservare il nome di sinistra. I nomi sono convenzioni, quindi non hanno valore in sé ma per ciò che indicano, tuttavia definirsi “semplicemente di sinistra” senza ulteriori specificazioni comporta sempre il rischio del “gioco di specchi”, poiché esiste una sinistra in quanto esiste una destra, ci si definisce di sinistra in quanto non si è di destra, e viceversa. Al contrario definirsi socialisti e porsi nel solco della storia del movimento operaio definisce con chiarezza la propria posizione politica.

Il socialismo non è un progetto di ingegneria sociale che gli “uomini di buona volontà” devono realizzare, ma dipende dalla capacità di inserirsi nei processi storici e indirizzarli verso determinate direzioni. Evitando però la pretesa di voler governare la storia, obiettivo al di fuori della capacità tanto dei singoli quanto dei gruppi organizzati, seppur in posizione dominante. Le dinamiche sociali essendo il frutto dell’interazione fra gli esseri umani, collocata su una scala che va dalla cooperazione al conflitto, non possono essere mai ridotte alla volontà singola, o anche del singolo gruppo.

Inserirsi nella dinamica storica, cercare di capire i fattori che determinano la trasformazione sociale in questo sicuramente da seguire il metodo marxiano, tuttavia la teoria marxiana della trasformazione sociale si è dimostrata insufficiente, si sono dimostrati errati sia la sola lotta di classe come solo “motore della storia”, sia il concetto secondo cui lo sviluppo della produzione entrerebbe in contraddizione con determinati rapporti produttivi per cui diventa necessario ad un certo punto far saltare l’involucro capitalista per realizzare un’ulteriore sviluppo della produzione, come è esposto in Per la critica dell’economia politica (1859). Inoltre, lo stato e il sistema politico non possono essere visti come meri epifenomeni dei rapporti di produzione, in quanto lo stato è essenziale per organizzare e dare forma a tali rapporti di produzione.

È stato sempre nell’ambito del marxismo che Perry Anderson analizzando storicamente la nascita dello “stato assoluto” ha messo in luce come il conflitto inter-statuale sia stato un potente fattore di trasformazione sociale interno agli stati stessi. Partendo proprio da queste acquisizioni di Anderson, la sociologia storica di Charles Tilly, sulla base dello studio della storia dell’Europa moderna, ha individuato i fattori della concentrazione dei capitali e della concentrazione dei mezzi di coercizione, quali i due principali fattori il cui intreccio determina la dinamica sociale all’interno dello stato moderno. Sono tutte acquisizioni frutto della ricerca storica e dell’analisi sociologia che dovrebbero uscire dall’ambito strettamente accademico in cui sono state elaborate, per giungere al piano dell’elaborazione teorica e politica. A mio parere, la “sociologia storica” suddetta ha elaborato una teoria più comprensiva della trasformazione sociale che tiene conto non solo della lotta di classe ma anche del conflitto tra gli stati, essa inoltra ha cercato di integrare questi due conflitti in un modello unico. Per fare un esempio: il comportamento delle classi dominanti italiane non lo si comprende se non lo si relaziona al rapporto tra Stati (Usa e Stati europei) che poi da significato al rapporto con i propri dominati, in particolare ad es. tra le classi dominanti italiane ha prevalso un orientamento disposto a svendere le condizioni di vita delle classi popolari e anche l’apparato industriale in favore di un accordo che prevedeva la subordinazione dell’Italia ad un certo euro-atlantismo. Quindi non basta la sola analisi dei rapporti tra dominanti e dominati ma bisogna analizzare anche come determinati dominanti si relazionano ai dominanti di altre nazioni.

La sociologia storica ha sviluppato una teoria che parte dall’analisi della dinamica e dello sviluppo dell’Europa moderna. Questo a mio parere è il metodo giusto: teoria basata sui fatti storici che poi vengono utilizzati elaborare una teoria della trasformazione sociale. E all’interno di queste dinamiche si devono inserire i partiti organizzazioni future che vogliono promuovere le trasformazioni socialiste.

Per quanto riguarda la conflittualità inter-statuale Zhok osserva:

“Anche la conflittualità tra stati non è caratteristica specifica del sistema capitalistico, ma assume in esso tratti peculiari. Tra stati la conflittualità storica precapitalistica è legata a istanze di conquista territoriale e assorbimento di altre popolazioni (talvolta come assimilazione talaltra come subordinazione). La conflittualità tra stati nel capitalismo è invece un conflitto tra apparati industriali che si servono delle istituzioni politiche per ottenere vantaggi comparativi sul piano economico, e che vogliono restare in un rapporto di estraneità nei confronti dei ‘vinti’, senza né ‘conquistarli’ né ‘assimilarli’, ma semplicemente sfruttandoli. In questo contesto l’utilizzo delle armi può essere minimizzato, venendo sostituito spesso da sistemi di vincoli legali e finanziari che chiamano in causa la guerra guerreggiata solo in casi limite, creando tuttavia forme crescenti di ostilità reciproca e disprezzo (senza neppure il rispetto riconosciuto alla forza del conquistatore militare).”

Ritengo tali osservazioni particolarmente interessanti, in effetti l’imperialismo capitalistico è un novum, ha avuto una dinamica diversa da quelli dei principali imperi storici, è stato a-territoriale, tendenzialmente senza limiti, e l’obiettivo è stato principalmente quello di sfruttare i territori assoggettati senza includerli, seppure in forma subordinata, all’interno di un’entità statuale unica. Ciò è il globalismo. Tuttavia l’epoca del globalismo oggi è terminata. Come scriveva Marx la storia procede dal “lato cattivo”, l’espansionismo globale europeo ha stravolto il mondo, è stata una delle più imponenti trasformazioni subite dall’umanità nella sua storia, seppur non è stata solo opera dell’Europa o dell’Occidente, per restare solo all’aspetto tecnico, carta e polvere da sparo, non sono state inventate in Europa. In ogni caso, se l’Europa e poi l’Occidente hanno fatto da traino, le altre civiltà terrestri, sembrano oggi sostanzialmente aver raggiunto l’Occidente. Io credo che il movimento storico del futuro sarà quindi in direzione opposta alla globalizzazione, e il socialismo del futuro andrà pensato in termini opposti rispetto a Marx che lo pensava come un compimento della globalizzazione e lo chiamava comunismo. Per questo affermavo in un mio precedente scritto sul rapporto tra Marx e il globalismo, l’obiettivo del comunismo va decisamente abbandonato, quale utopia globalista nata in determinate condizioni storiche.

Se ci sarà un ordine futuro sarà un ordine multipolare, con la Terra divisa in grandi zone occupate delle civiltà eredi delle grandi civiltà storiche. I rapporti tra queste civiltà si regoleranno nel solito modo, attraverso il conflitto, oggi diventato multiforme (economico, tecnologico, culturale attraverso il soft power, nonché attraverso la lotta sotterranea di “specialisti della violenza”), se il conflitto continuerà come sempre nella storia degli uomini, esso non dovrà mai diventare scontro di civiltà (clash of civilization). Evitare lo scontro di civiltà sarà l’unico grande compito universale a cui chiamare tutti gli esseri umani, chi agirà contro questo valore universale sarà effettivamente un nemico dell’umanità, per il resto continueranno la competizione per le aree di influenza, la competizione di carattere tecnico, per la diffusione della propria cultura, ecc.

Il socialismo di domani sarà ri-territorializzante rispetto al globalismo, mirerà alla riscoperta delle proprie radici culturali, a radicare di nuovo il singolo all’interno della propria classe di appartenenza, del proprio stato e della propria civiltà di appartenenza. Non significherà chiusura verso le altre culture, ma se vogliamo che ci sia effettivo scambio culturale bisogna che le identità culturali ri-vivano, altrimenti non vi sarà nulla da scambiare.

Per questo saranno indispensabili organizzazioni che includono il singolo nella propria classe sociale e attraverso questa al proprio stato. Una società coesa, priva di masse escluse dalla società sarà un fattore di forza. Gli stati che non sapranno effettuare tali misure, subiranno la disgregazione, e quindi l’assoggettamento e anche inclusione all’interno di altri stati. L’Unione Europea è oggi un tale fattore di disgregazione, poiché l’egemonia tedesca comporta la devastazione economica e sociale degli altri stati europei, ed è da combattere in nome di un’alleanza tra nazioni sovrane.

Andrea Zhok non ha affrontato solo le questioni politiche ed economiche relative ad un “nuovo socialismo”, particolarmente interessante ho trovato il modo in cui accenna alla questione filosofica e religiosa strettamente connessa al “nuovo socialismo”:

“Nello stesso ordine di idee, deve essere chiaro che il socialismo non supporta un’ontologia materialista, più di quanto né supporti una idealista; non supporta una visione ateistica, più di quanto né sostenga una teistica.”

Non esistono spiegazioni razionali né alla nostra presenza sulla terra, né alla morte. La ricerca scientifica è nobile cosa, ma quando travalica il suo ambito specifico diventa una cattiva teologia. Il marxismo voleva essere un metodo di analisi della realtà sociale sistematico, accurato e da verificare nella prassi reale e che quindi pretendeva a ragione di essere “scientifico”, tuttavia travalicava questo ambito quando voleva essere una “visione del mondo” onnicomprensiva alternativa alla religione. Allo stesso modo la religione e l’arte, e tutte quelle attività simboliche che cercano di dare un senso all’essere al mondo dell’uomo non possono travalicare il loro ambito per entrare nell’ambito del conflitto politico. I simboli religiosi o la Venere di Botticelli non sono né di destra né di sinistra, ma appartengono a tutti coloro che si riconoscono in un sistema culturale al di là dei conflitti reciproci, contingenti o strutturali che siano.

Per quanto riguarda invece l’opposizione materialismo/idealismo all’interno della quale si collocò Marx optando per il materialismo, ritengo debba essere abbandonata sia la fondatezza di tale opposizione, sia la collocazione nell’ambito del materialismo. Secondo Costanzo Preve: “Il fatto che il sapere quotidiano ponga materialismo ed idealismo ai due estremi di un campo non solo teorico ma anche emozionale e passionale, non sarà forse il sintomo ancora poco elaborato (ma elaborabile, se lo vogliamo) di un dato, per cui la loro esistenza è solo possibile all’interno di una unità dialettica ontologicamente omogenea? Detto in modo più semplice, non esiste materialismo senza idealismo, e viceversa, per cui pensare alla “vittoria” di un termine sull’altro è pura illusione ideologica identitaria priva di qualsiasi base filosofica seria. Ripetuto in modo più filosofico, diremo che l’idealismo è semplicemente l’elaborazione dialettica delle contraddizioni del materialismo, ed inversamente il materialismo è solo l’elaborazione dialettica delle contraddizioni dell’idealismo. Da questo personalmente ricavo due conseguenze metodologiche di grande importanza.

In primo luogo, il fatto che bisogna riscrivere integralmente la storia del marxismo, senza fidarsi di nulla di quello che è stato scritto fino ad oggi, anche se è ovviamente bene non assumere atteggiamenti distruttori verso una tradizione ricchissima durata un secolo e mezzo. E bisogna riscriverla integralmente perché essa è stata costruita sul fondamento della lotta e dell’auspicata vittoria finale del materialismo sull’idealismo, o se si vuole della tradizione materialistica su quella idealistica. Da Engels (morto nel 1895) ad Althusser (morto nel 1990) la continuità di questa teodicea materialistica è impressionante. Ma se ci mettiamo da un punto di vista diverso, in cui materialismo e idealismo sono momenti correlati di una unica ontologia, scopriamo non solo che Marx è stato il terzo grande “idealista” dopo Fichte ed Hegel, ma anche che il suo indiscutibile “materialismo” è stato di fatto solo una metafora di due altre posizioni filosofiche, il suo ateismo ed il suo strutturalismo. (Costanzo Preve, Storia del materialismo).

Come spesso capita quando ci si oppone ad una tesi radicata, Preve sostenne la tesi opposta del Marx idealista, ma lo stesso Marx nei suoi momenti filosoficamente più significativi si collocò in un’ontologia che non è né materialista né idealista, secondo la formula previana. Il famoso passo del Capitale dove l’attività propria dell’essere umano è caratterizzata dalla presenza dell’elemento “ideale” assente negli animali è uno dei migliori esempi.

L’unico studioso (e andrebbe decisamente ristudiato) che ha iniziato a fondare un’ontologia che fosse oltre materialismo e idealismo è stato Nicolai Hartmann con la sua teoria degli strati, mentre Lukács, che pur da questi prese molti concetti, diede alla sua Ontologia dell’essere sociale una dis-torsione materialistica. Invece Heidegger se pur ha formulato la “domanda ontologica” non ha creato nessun ontologia, come osserva giustamente Hartmann. Piuttosto la sua attualità è nell’aver posto la questione del nichilismo della Tecnica, sviscerata da Nietzsche, la cui “volontà di potenza” considerò la massima espressione del nichilismo della Tecnica. “Per che cosa si lotti è, pensato e auspicato come fine con un contenuto particolare, sempre di importanza secondaria. Tutti i fini della lotta e le grida di battaglia sono sempre e solo strumenti di lotta. Per che cosa si lotti è già deciso in anticipo: è la potenza stessa che non ha bisogno di fini. Essa è senza-fini, così come l’insieme dell’ente privo-di-valore. Questa mancanza-di-fini fa parte dell’essenza metafisica della potenza. Se mai qui si può parlare di un fine, questo fine è la mancanza di fini dell’incondizionato dominio dell’uomo sulla terra. L’uomo di questo dominio è il super-uomo (Uber-Mensch)” (Martin Heidegger, Nietzsche).

Tali questioni sono ancora oggi per noi cruciali, la volontà di incondizionato dominio dell’uomo sulla natura ha una lunga storia, ed ha prodotto danni enormi, che non sarà facile rimediare, tuttavia si comincia ad intravvedere un distaccarsi della Tecnica dalla Potenza, tale stretto rapporto, il motivo per cui la Tecnica sembra destinata ad un dominio incontrastabile, è stato proprio di un periodo in cui l’Occidente ha avuto la supremazia tecnica, ma cessata questa prevarranno altri fattori.

La filosofia di Heidegger pur avendo posto tale questione cruciale è finita nel corto circuito della critica nichilistica del nichilismo, come osserva Severino porre la domanda “perché l’essere e non il nulla?” è già nichilismo perché implica che l’essere possa anche non essere. Procedo rapidamente, pur essendo questioni cruciali, e che andrebbero trattate adeguatamente, ma in questa occasione non possiamo che accennare. Lo stessa filosofia di Severino che rappresenta un’importante continuazione originale della tematica di Heidegger, seppur ha effettuata una critica decisiva dello stesso Heidegger, mostrando l’esito nichilista della sua filosofia, cade egli stesso nel corto circuito della critica idealistica dell’idealismo, da una parte abbiamo una critica radicale alla platonica “dottrina delle ombre”, dall’altra parte l’“inaudita” dottrina dell’eternità degli enti altro non è che la dottrina platonica delle idee, la quale eternizza l’ente sensibile (Aristotele). Sia quello di Heidegger che quello di Severino sono tentativi di rifondare radicalmente l’idealismo, da cui se ne rivela il radicale fallimento, mentre l’idealismo proclamava con Hegel che la storia della filosofia culminava con la Germania, iniziava il declino europeo. Tale rifondazione dell’idealismo prevede il ritorno al suo vero fondatore che non fu Platone bensì Parmenide che identificò pensiero ed essere. Il nostro obiettivo sarà invece quello di uscire fuori dal “gioco di specchi” tra idealismo e materialismo.

La questione della Tecnica è fondamentale ad andrà analizzata con attenzione dal nuovo socialismo, perché superare il “predominio della Tecnica” sarà uno dei compiti fondamentali, ma ha portato con sé, nei suoi due maggiori teorici, Heidegger e Severino, un certo concetto di decadenza, poiché i problemi odierni deriverebbero da un errore originario, “oblio dell’essere” a partire dalla Metafisica di Platone, oppure l’aver cominciato a far “uscire le cose dal nulla” dopo Parmenide.

Questa idea di decadenza che è una forma di caduta in seguito ad un errore originario è fuorviante. Il parmenideo “sentiero della notte” è proprio quello in cui tutte le vacche sono nere. La storia del pensiero dopo Parmenide, non è stato solo errore e follia, innanzitutto Aristotele non è nichilista perché “non fa uscire le cose dal nulla” ma al contrario identifica idealismo e materialismo (Platone e Democrito) perché finiscono per concordare sull’esistenza del nulla, che per Aristotele invece non è ammissibile. E anche successivamente nel mondo moderno, pur esistendo effettivamente il il nichilismo, vi sono stati autori che sono sostanzialmente anti-nichilisti come Machiavelli, Spinoza, Goethe, e pensatori che hanno tanto aspetti nichilisti quanto anti-nichilisti come Hegel, Marx, Nietzsche.

Senza dubbio le nostre società sono decadenti, e la decadenza, con la sua atmosfera di depressione, porta con sé con l’idea schiacciante che la realtà non sia modificabile, che niente e nulla cambia (per Severino tutto risolverà la stessa Tecnica, dobbiamo solo affidarci al Destino). Ma questo è appunto uno stato d’animo collettivo di depressione, la realtà sociale come ogni realtà vivente muta in continuazione, la vita rinasce continuamente e lo stesso avviene per la vita sociale. L’atmosfera di decadenza fa sembrare che sia la “fine di tutto”, ma è in realtà la fine di un mondo, la premesse per il mondo successivo sono già presenti in quello presente, nulla nasce dal nulla. Anche quella che sembra la prospettiva più deprimente di tutte, il conflitto nucleare, l’esperienza concreta di Chernobyl, nei cui dintorni è sorta una rigogliosa fauna favorita dall’assenza dell’essere umano, fa pensare che le previsioni catastrofiche di una possibile fine della vita sulla Terra nei “millenni a venire” in seguito a conflitto atomico non siano fondate, ma siano piuttosto il lato negativo del senso di onnipotenza della Tecnica.

Soprattutto certo tradizionalismo relativamente alla decadenza diffonde i sentimenti più deprimenti, esiste un tradizionalismo buono che difende il sostrato culturale al di sopra del quale si costruisce ogni identità culturale, poiché nulla viene dal nulla, esiste invece un tradizionalismo cattivo che ipostatizza questo sostrato e vede il presente come pura e semplice caduta. Coloro che si attaccano alle glorie passate sono nemici della vita. Certo lo spettacolo del fiorire e del dissolversi delle civiltà induce malinconia come la visione di un bel fiore appassito, c’è un bel passo di Goethe che osserva in un dialogo con Hegel questa triste realtà, tuttavia questo sfiorire è il presupposto necessario per il rifiorire. È la vita.

Vi è stata tutta una corrente filosofica che “da sinistra” ha utilizzato Nietzsche e Heidegger per demolire l’idea del Progresso, tra i più noti in Italia vi è stato Vattimo. Tuttavia la necessaria demolizione non ha fatto spazio ad una successiva ricostruzione , ma ha lasciato il nulla oppure credenze politiche puramente ineffettuali, come il “comunismo ermeneutico” di Vattimo, avanzate giusto per credere in qualcosa. E’ stato filosoficamente giustificato distruggere il mito del Progresso. Il nuovo socialismo si pone al di fuori dell’ideologia del Progresso. Oggi, a ragion veduta, dopo le illusioni relative al grande balzo tecnologico della “prima rivoluzione industriale” non è più possibile credere nel Progresso, sul piano tecnico il “Progresso” aumenta le capacità produttive ma per lo stesso motivo pure quelle distruttive, sul piano sociale, se è vero che le società umane crescono nel tempo in complessità e organizzazione, questa complessità è indifferente al benessere umano, può creare tanto benessere che malessere, è sempre l’attività consapevole che indirizza le strutture sociali in una direzione o nell’altra. Infine, il socialismo non è uno stadio da raggiungere in una progressione verso non si sa cosa, ma uno stato dettato dall’equilibrio delle forze in campo che crea condizioni sociali a favore delle classi popolari. Una condizione che può sempre degenerare se non vi sono sufficienti forze sociali che lottano per mantenere e migliorare una determinata condizione.

In conclusione, ci sarebbe una mole enorme di lavoro intellettuale collettivo da fare, prima si comincia meglio è. Sperò che altri di fronte all’evidenza di una sinistra in stato di decomposizione si convinceranno che è necessario intraprendere nuove strade. Abbandonare questa sinistra è diventato un fatto di pura sopravvivenza per chi è ancora cerebralmente vivo. Si spera che un giorno saremo in molti e che si possa intraprendere un lavoro intellettuale collettivo e organizzato, ma come antidoto alla “boria degli intellettuali” bisogna ricordare che senza le persone in carne e ossa, “le masse” che si organizzano e lottano, le idee rimangono sulla carta, come ben sapeva Marx che resta pur sempre un maestro pur appartenendo ad un’epoca diversa dalla nostra.

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